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LA NOMOFOBIA

Etimologia della parola : no( telefono) mo(mobile) e-fobia

La nomofobia( timore di non essere raggiungibili al telefono cellulare), è lo stato ansioso  che si manifesta  quando non è possibile usare il telefono cellulare per qualsivoglia motivo (è scarico o non vi è campo).

Faccio una piccola parentesi storica, era il  1925, quando l’ingegnere scozzese John Logie Baird fece partire la storia della televisione, e qualche anno dopo (1928) in America l’inventore ed imprenditore Martin Cooper  creò il primo telefono mobile ed in piena guerra Mondiale (1942) nasceva il primo computer. Da allora il progresso telematico ha fatto grandi progressi.

Non si può negare la facilità con cui oggi si comunica, senza cercare disperatamente una cabina telefonica. La comodità del cellulare è proprio la reperibilità della persona, si può stare in continua connessione.

Ma quando diventa troppo e la connessione diventa lontananza e non vicinanza, quando non si parla più del semplice utilizzo ma di una vera e propria dipendenza allora parliamo di nomofobia.

Nella  persona con nomofobia  si instaura la sensazione di perdersi qualche cosa per la  mancanza di connessione, provocando così, uno stato d’ansia.

In questo modo si innesca un meccanismo di dipendenza analogo ad una tossico dipendenza.

Quando si entra nel circolo vizioso della nomofobia si instaura il  costante bisogno della presenza del cellulare tanto da aumentare il tempo di presenza in connessione. Per questo si mettono in atto comportamenti disfunzionali come stare di più al telefono, aspettare la risposta dell’altro e magari sollecitarla, vedere cosa accade agli amici controllando nei social network, commentare e condividere , portare il cellulare in luoghi dove non dovrebbe(es. luogo di culto), controllare anche di notte se qualche cosa è cambiato, così come succede con le droghe e con l’alcol.

Le ricerche del Professore di Psichiatria dell’Università del Connecticut (David Greenfield), hanno evidenziato che l’attaccamento al cellulare è simile a tutte le altre dipendenze perché causa interferenza nella produzione della dopamina(neurotrasmettitore che regola il circuito cerebrale della ricompensa). In questo modo, ogni volta che  compare una notifica sul cellulare sale il livello di dopamina, con la certezza che ci sia qualche cosa di interessante per noi. Ma, non essendo sempre sicuri che ci sia qualche cosa di interessante per noi, lo andiamo a controllare continuamente, innescando, in questo modo, lo stesso impulso che ha del giocatore d’azzardo.

Molte ricerche sono state effettuate in gran parte del mondo e tutte hanno portato alla certezza di una divulgazione importante di questo fenomeno.

Anche se le ricerche fatte, su questo fenomeno, non raggiungono un numero rilevante per essere classificato nel DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentale) gli Italiani, Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente, studiosi dell’Università di Genova, hanno  proposto di inserire la nomofobia nello stesso, con questa definizione “La nomofobia sarebbe caratterizzata da ansia, disagio, nervosismo ed angoscia causati da essere fuori contatto da un telefono cellulare o computer”  essendo utilizzato come  scudo per evitare la comunicazione sociale.

Nonostante venga usato il termine “ fobia” e che i sintomi siano simili a quelli dell’ansia, da uno studio portato avanti dai ricercatori del Panic and Respiration Laboratory dell’Università Federale di Rio de Janeiro (2010), sembra che la nomofobia venga indicata come una dipendenza e non come un disturbo d’ansia.

Da questi studi si evince che i soggetti affetti da nomofobia rispondano meglio ad un trattamento specifico delle dipendenze che a quello che riguarda i disturbi d’ansia.

L’OMS descrive la dipendenza patologica come:

“Quella condizione psichica e talvolta anche fisica, causata dalla interazione tra una persona e una sostanza tossica, che comporta risposte comportamentali e da altre reazioni, e che determina un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione.”

Le dipendenze senza sostanze si riferiscono a comportamenti disfunzionali ed anomali, come il gioco d’azzardo, la dipendenza da TV, da internet, dal sesso e da relazioni affettive, dal lavoro, lo shopping compulsivo ed alcune devianze.

Il pericolo che si corre  non è il semplice utilizzo di questi dispositivo(possono servire per sviluppare le capacità cognitive del bambini) ma il troppo e lungo  utilizzo che può portare ad affaticamento della vista ed al rischio di un isolamento psicologico e che faccia vivere il piccolo in un mondo popolato solo da personaggi irreali portandolo alla perdita del contatto con il reale.

Si è parlato durante un Convegno tenutosi a Caserta dai Pediatri della SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale) del  bisogno di creare delle linee guida per evitare l’uso dei cellulari o tablet da parte di bambini con età inferiore ai 10 anni e da questa età limitarla.

Non  ci sono ricerche( perché sindrome nuova) che possano confermare l’ipotesi di considerare come deleteria la precocità nell’utilizzo di questi apparecchi ma, ciò non toglie, che si possa creare un fattore di fragilità.

Certamente il cellulare se usato in modo giusto assolve a tre funzioni psicologiche: regolazione della distanza nella comunicazione, gestione dell’isolamento e della solitudin( quasi da usare come antidepressivo multimediale) permettendo di vivere la realtà (Di Gregorio 2003).

Allo stesso tempo è importante sapere che il rapporto con il cellulare può essere potenzialmente pericoloso. In un periodo particolare della nostra vita il cellulare può diventare l’oggetto su cui canalizzare il nostro stato di disagio che sia affettivo, relazionale o lavorativo, acquistando più importanza della vita reale. Quindi sviluppare insicurezze, isolamento, aumentare la  paura del rifiuto e sentire il bisogno di un supporto esterno fine a se stesso (Lacohèe H. at all., 2003)

In sintesi è importante avere un rapporto normale con questi apparecchi ricordandoci che la vita vissuta è più gratificante di una vita immaginata.

 

Dott.ssa Simonetta Sodo